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di Stefano Di Marino

 

 

Ci sono dei luoghi che non si trovano sulle carte geografiche. Isole, continenti, città dimenticate. Alcune vengono da altre Ere che la Storia non si è curata o non ha potuto documentare. In quei luoghi si sono consumati delitti, passioni, intrighi, si sono combattute guerre con armi straordinarie e impossibili. Sono posti in cui la magia e la tecnologia aliena si sono sposate. Cieli e distese di ghiaccio in cui si sono aperti varchi temporali. Continenti sommersi da cataclismi inspiegabili che hanno distrutto civiltà avanzate e barbariche. Tesori. Quei posti riemergono nella fantasia comune sotto forma di isole circondate da invalicabili muraglie di nuvole. E sempre portano con sé il miraggio di favolose ricchezze, il ricordo di fanciulle bellissime e terribili, di eroi impavidi e stregoni e tiranni feroci come mai potremmo immaginare. Ancora una volta è il mondo della Pulp Fiction così come ci è stata tramandata dai tempi in cui si narravano le storie intorno al fuoco a quelli in cui questi racconti prendevano forma sulle pagine dei magazines come Weird Tales e Black Mask.

Un universo che è diventato patrimonio di tutti e al quale attingiamo ogni volta che creiamo una storia. Il nostro compito è quello di renderla diversa e affascinante come se la raccontassimo per la prima volta. Da anni scrivo storie che mescolano il Fantastico all’Avventuroso e credo di aver trovato una formula che soddisfi me e i miei lettori con la creazione di un metamondo in cui l’action più tradizionale, il giallo e il fantastico si sposano senza cozzare uno con l’altro. Non è facile, gli appassionati di un genere non sempre amano le commistioni e non tutti i generi si possono abbinare. Il Western e la Fantascienza per esempio si sposano bene con l’Horror e anche il Giallo, ma lo Spionaggio respinge il fantastico soprannaturale e il Western difficilmente trova una buona coniugazione con la Science Fiction, lo dimostra Cowboys contro Alieni che pure non era malissimo ma non ha riscosso successo. Invece, almeno nei romanzi, il West con l’Heroic Fantasy ci sta. Due esempi Conan e John Carter. Ah già, chi se lo è filato John Carter di Marte al cinema? Be’ quei furbacchioni del marketing presi dall’idea che l’autore dei romanzi era Burroughs (di Tarzan!) si sono dimenticati che John Cater per il pubblico medio non significa nulla. Il film era bello e ben riuscito ma il messaggio al pubblico non ha funzionato. Però tutto l’universo immaginario e la sua icnografia pulp erano davvero forti. Tarzan invece tutti lo conoscono e l’ennesimo remake con Robbie Margot e il Pupo Skaaksgard è andato meglio. Tarzan, per esempio, è uno di quegli eroi che non moriranno mai. Ci parla di civiltà perdute nella giungla, di tempi dimenticati, di scimmie che parlano e lord inglesi, favolosi tesori. La foresta, la giungla sono sempre una location che esercita una presa fortissima sull’immaginario dello spettatore e del lettore. Chi osa sfidare l’inferno verde? Quali segreti e tesori nasconde la boscaglia tra luci, ombre, rovine che nessuno sa spiegare se non qualche perduta pergamena. Siamo nel territorio di Tomb Raider, Lara Corft anche nella nuova versione che ha meno tette di Angelina ma grinta da vendere.

Pensando a queste cose ho scritto Kalimantan, il fiume dei diamanti. Oh, sì certo anche a tante altre cose. Il noir francese, L’Esorcista, Penny Dreadful e Salgari naturalmente. Un po’ a Wells e all’isola del dottor Moreau. Ma il Kalimantan, che molti anni fa vidi davvero, è la mia isola. Giusto per darvi un’idea. La vicenda si svolge su due piani temporali. Una metà della storia (divisa in sei parti tre nel passato e tre nel presente, come usava in quei bei romanzoni degli anni 80 che mi piacevano così tanto!) si svolge nel Borneo (che è poi l’altro nome del Kalimantan) nel 1857, epoca in cui il dominio delle grandi compagnie commerciali è finito e ad esso si sostituiscono le armate del Raj britannico ma anche della corona olandese e degli altri stati europei, predatori del terzo Mondo. Siamo più o meno in area Salgari. A me piacciono le storie di pirati, ma ovviamente le ho rielaborate a modo mio. Così troviamo questo capitano van Horn che è un po’ un Charlton Heston con un occhio solo. Un personaggio da caccia alle balene bianche, un duro, agente commerciale olandese ma in realtà capitano di una ciurma di tagliagole. Ha fatto lega con una donna locale, tale Purina, bella e letale. Assieme hanno elaborato un piano per predare il sultanato di Tarakan introducendovisi con stratagemmi vari. Qui il racconto lascia le rassicuranti strade dell’avventura giovanile e diventa un feroce resoconto dello spirito predatore dell’uomo, non solo occidentale. Ma quasi subito s’insinuano motivi che hanno a che fare più con superstizioni e magie che con cannonate e combattimenti. Dopo il ‘sacco’ di Tarakan, la ciurma di van Horn non vuole la donna a bordo perché, come è tradizione, una femmina in nave porta sventura. Ma il capitano, innamorato o stregato, si oppone. Diventa tiranno dei suoi stessi uomini ma la sfortuna arriva eccome. Prima sotto forma di una flottiglia di pirati locali, poi di una tempesta che si profila all’orizzonte e impedisce alla nave, carica di tesori e acciaccata dopo il combattimento, di prendere il largo. Tra le nebbie della costa appare un gigantesco arco che non può essere che di fattura umana che invita a infilarsi in un grande fiume che s’incunea all’esterno. La salvezza? Forse no, perché una volta inghiottiti dall’isola, proprio così, van Horn, la sua amante e la ciurma scoprono che la corrente va al contrario e ci sono bestie enormi e sconosciute che s’affacciano tra la vegetazione. Arrivano così in un regno maledetto, dominato da un uomo di scienza. Un Mad Doctor fatto e finito che ha soggiogato i tagliatori di teste ma soprattutto, dopo molto cercare, ha trovato un tempio-fortezza abbandonato nella foresta. Luogo di indicibili ma ancora non del tutto svelate ricchezze, stilla un fluido miracoloso che il dottor Wells (!!!) spera di poter utilizzare per guarire le sue figlie, ciascuna affetta da diversi problemi. A questo punto l’Avventura sposa del tutto il fantastico, la ricerca della tomba perduta. Sappiamo che quelle vestigia risalgono a un tempo mitico, quando la terra aveva un’altra forma ed era campo di una lotta tra due civiltà Atlantide e Mu che si autodistrussero.

 

 

Il seguito se permettete lo scoprirete leggendo il libro ma sappiate che una consistente e importante sezione ci porta ai giorni nostri con una discendente di van Horn che non si chiama Margot per caso. In realtà visivamente è proprio Robbie Margot ed è la regina del crimine nel Nordeuropea. Ovviamente c’è da recuperare il diario del comandante e recuperare il tesoro. Un esercito più o meno variopinto di alleati e avversari si profila per animare una caccia al tempio nascosto e fare da…carne da cannone per mostruosità che attingono alla mitologia preumana lovecraftiana quanto alla tradizione dei Kaiju, le Grandi Bestie di cui Kong e Godzilla (ma anche Jurassic Park) sono state popolate. Ecco, accanto a una come Margot ci immagineremmo una specie di Indiana Jones, un archeologo professore. Invece no, ho deciso di aprire un altro cassetto della fantasia e far uscire questo Dino Rital che è un uomo d’azione ma soprattutto un ladro. Eh sì, sembra scappato da un film di Melville o da un romanzo di Auguste Le Breton che di per sé c’entrerebbero poco. Lo ammetto, ho pensato ad Alain Delon dei film di Deray, tipo Tre uomini da abbattere. Un duro, sì ma differente dai soliti eroi d’avventura. Ha anche lui i suoi problemi, con la legge e con un’altra banda di malavitosi che sono comandati da uno che, pensa un po’, si chiama Dominic Ventura. Forse l’accostamento vi sembra bizzarro ma funziona. Il tutto condito con ambientazioni a me care e notissime. Amsterdam soprattutto, crea un mix che pagina dopo pagina mi ha convinto sempre di più. Momenti a caso. Tutto l’episodio di Benares nasce dalla visione dell’ultima stagione di Penny Dreadful. Insomma mi vedo lì Wes Studi che fa lo stregone apache e dico: Non lo uso? Così diventa indiano dell’India e fa esorcismi per scacciare il demonio nei gaht di Varanasi (dove sono stato un paio di volte e vi assicuro che è un posto da brivido!). Ma non bastava, perché nella zuppa masala (è il caso di dirlo) entrano anche gangster, sparatorie e duelli di Kalaripayattu che, per chi non lo sapesse, è un’arte marziale indiana antichissima. Il duello tra Nayala (che visivamente viene da un personaggio di Gotham!) e Shanti con la spada a varie lame flessibili e il doppio corno di bue per me che l’ho scritto è pura goduria.
Questa è una cosa che nessun ‘maestro’ di scrittura di quelli che si fanno pagare cari vi potrà insegnare. Inseguire la creatività ovunque si presenti, domarla e farla vostra.
Non era però il primo né l’unico caso in cui ho cucinato piatti piccanti con sapore di fantastico. L’Uomo della Nebbia (Dbooks., 2017) è una cosa completamente diversa ma altrettanto weird. L’idea veniva dai vecchi Pulp e mescolava The Shadow ai Miti di Chthulu, sì quelli di HPL ma anche di un gioco di ruolo degli anni ‘80 ispirato a i suoi testi che tanto mi era piaciuto. Poi New York negli anni ‘20, il voodoo, le leggende degli indiani mutaforma, Swamp-thing e la magia nera. I negromanti di un bellissimo libro che non mi stancherò mai di citare, Poe Must Die di Marc Olden comprato, pensate voi, nel 1985 in una libreria WHSmith di Hong Kong. E in quel modo nacque con mille altre suggestioni tra le quali il mago di Lublino (sono colto eh?) e Angel Heart una vicenda totalmente originale dove c’era azione ma anche grande fascino. E anche qui le foreste del Nord America, questa volta, le distese di ghiaccio abitate da dei malvagi alla ricerca di un portale, un libro maledetto. Un’altra di quelle storie che mi sono divertito come un matto a scrivere e che molti lettori hanno apprezzato. Una di quelle storie che, se l’avessi proposta a un editore di quelli importanti manco m’avrebbe guardato (per usare una espressione da salotto), perché non assomigliava a quello o a quel successo. Ma i successi sono cose originali! Basta volerli sostenere. Perché io sono convinto che il lettore non sia una pecora e, alla fine, se vuole sappia scegliere. E vada rispettato. Per questo continuo a fare questo lavoro.

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